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Territorio

  • Marsala, terra di vino e botti. Sai chi furono i promotori del cambiamento vitivinicolo di queste terre trapanesi e in particolar modo di questa città? Te lo racconto io: furono gli imprenditori inglesi che a partire da XVIII secolo cominciarono a esportare il vino Marsala. Da quella loro fiorente attività commerciale nacque un’importante attività artigianale sul territorio, finalizzata alla realizzazione di botti, che per più di due secoli è stata strettamente legata alla grande produzione industriale di vino, cominciata e perpetuata, appunto, dagli inglesi e, successivamente, dagli imprenditori locali.

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  • Fu proprio in quel contesto che si assistette all’affermarsi di un artigianato altamente specializzato nella costruzione di botti destinate alle cantine vinicole le quali, spesso, ospitavano nei loro stabilimenti vinicoli le stesse botteghe dei bottai, fornendo loro il legno o il ferro da lavorare. La venna era l’unità di misura con cui veniva calcolata non solo la quantità di legname acquistata dall’azienda vinicola e consegnata all’artigiano, ma indicava anche la produzione in botti che l’artigiano doveva consegnare alla stessa azienda in una settimana. Sempre attraverso la venna, veniva determinato il salario degli operai, quello dei mastri bottai, dei mezzi mastri, dei garzoni e dei picciotti che operavano in bottega.
  • Un nugolo di persone il cui lavoro era scandito da fasi produttive ritmate da una ciclicità che settimanalmente si ripeteva. Erano decine le botteghe che affollavano e animavano la città negli anni Sessanta del Novecento, anche perché, pur essendo un mestiere sicuramente duro e faticoso, consentiva una fonte di guadagno certa, in grado di sostentare le famiglie anche in periodi economicamente difficili. Mi raccontava mio padre Francesco e a lui “mastru Vuttaru Pitrino Li Causi”, mio nonno, che il bottaio godeva di una posizione particolare all’interno del tessuto sociale marsalese, di cui era anche un esperto, essendo un diretto testimone del lavoro e della vita lavorativa.

 

  • Tutto aveva un preciso scopo, che era quello di dare valore al proprio operato che consentiva di poter condurre un’esistenza al riparo dagli stenti, nei quali invece, posso assicurarti, almeno negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, erano costretti a vivere moltissimi siciliani. Pensa che in quel periodo potevamo concederci alcuni “lussi”, come l’acquisto della carne per il pranzo della domenica e la visione di spettacoli teatrali e cinematografici che venivano organizzati in città, o altri svaghi riservati, comunque, ai giorni festivi di quella media borghesia che sfoggiava un abbigliamento elegante e raffinato, ma mai ostentato.
  • Pensa che vi era un detto in dialetto siciliano, recitato da una madre alla figlia durante una festa da ballo, che diceva: “abballa abballa a matri chi è mastru di bagghiu” (balla, balla, figlia mia che [questi] è un mastro bottaio). Una madre che considerava il mastro bottaio un ottimo partito per la figlia. Guarda queste foto, osserva come lavoravamo un tempo. Questi sono i luoghi della memoria, quella che tu mi aiuterai a tramandare affinché non vada persa. Poi tutto improvvisamente si è deteriorato e l’introduzione dei recipienti in plastica e dei tank di metallo in campo enologico, ha determinato un repentino e drammatico declino di questo sistema produttivo.
  • Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta la riduzione della domanda di botti da parte delle aziende vinicole causò, nel giro di pochi anni, la chiusura di centinaia di botteghe. Il mestiere tanto ammirato del bottaio subì così un declino inarrestabile che spinse gli artigiani più anziani ad andare in pensione e i più giovani a cambiare attività. Rimanemmo in pochi a produrre botti, sfidando i tempi, lo scetticismo degli ex colleghi e la globalizzazione dei mercati.

dal libro: Li Causi. Gli ultimi bottai di Sicilia